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Dante Alighieri, 1321-1921

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perchè essi son perduti per 1'eternita, ed è tolta loro la vita del1'anima, la grazia, la beatitudine. In un altro passo dell'Inferno (canto IX, 79) 1'Alighieri paria nell'identico senso di „anime distrutte". I dannati non sono soltanto morti in quanto il corpo, ma han perduto la vita dell'anima, o, come Dante stesso dice nel verso 18 del canto III:

... hanno perduto il ben dello intelletto.

Dio è, dunque, la prima Veritas, la Veritasinnata. Come tale Dio è il b o n u m segnatamente per 1'intelletto umano, il cui oggetto è omne verum intelligibile. Siccome Dio è il summum intelligibile, egli è pure xar* iSo%^i> il ben dell'intelletto. Ora l'uomo trova la sua piü alta soddisfazione, come essere intelligente, nell'appagamento della sua piü alta facoltè, vale a dire, nell'intelletto. Ê quindi, colui che ha perduto il supremo bonum del suo intelletto, cioè Dio, e 1'ha perduto irremissibilmente, si puó chiamare in realta uomo perduto, perduta gente. Con le parole perduta gente il poeta allude sopra t tutto alla cosiddetta poenadamni, pena che consiste nella perdica di Dio come Sommo Bene, e alla quale debbon soggiacere i dannati.

Questa prima terzina adunque indica, in vari modi, 1'eternita delle pene infernali, e il carattere delle pene stesse: eterno dolore, eterna perdita di Dio. E il poeta, quasi premunendosi contro 1'accusa ch'egli, senza sufficienti ragioni, chiami l'inferno luogo di eterno dolore, e che si possa riscontrare alcunchè di ingiusto nella verita che il peccato (devesi qui intendere il peccato mortale) sia punito con eterno tormento, il poeta, ripeto, spiega nella terzina successiva la Giustizia Divina: Giustizia mosse il mio alto fattore.

II principale motivo per il quale Dio creö l'inferno è la Giustizia, ed è appunto questa la virtü divina che, per 1'esistenza dell'Inferno, meglio e piü chiaramente ci si mostra. Anche gli antichi considerano l'inferno come il luogo ove si apprendono a rispettare le leggi degli dei.

Phlegyasque miserrimus omnes

Admonet et magna testatur voce per umbras: Discite iustitiam moniti et non temnere divos.

(Virgilio, Eneide VI, 618-620).