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Dante Alighieri, 1321-1921

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Sapienza e dall'Amore di Dio, ma con ció Dante vuole indicare le tre Persone della Santissima Trinita, e non, come dice Lacordaire, le virtü divine, una delle quali è la giustizia. Le parole, or dunque, di Lacordaire, sono piü una ampliflcazione rettorica dei significantissimi ed eloquenti versi di Dante, che un'esauriente spiegazione degli stessi.

Dinanzi a me non fur cose create Se non eterne, ed io eterno duro: Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate!

Questi tre versi, formanti la terza parte della scritta sulla por ta dell'Inferno, dipingono meglio che non dicano, in brevi tocchi magistrali, il principio delle pene e la loro durata. Prima che l'inferno esistesse nessun essere creato esisteva, ma solo esseri eterni; sol questi precedettero quello. E qui Dante pare alluda alla dottrina di Aristotele e di alcuni altri filosofi medioevali, i quali sosterrebbero che fra le cose create sonvene pure delle eterne, le quali sono cioè create ab aeterno. Sarebbero questi gli esseri che Dio ha creato direttamente, senza, cioè, inter vento delle causae secundae, come la materia prima, i cieli, gli angeli e piü tardi anche 1'anima umana; 1'altra specie, invece, comprende tutte quelle cose che Dio creó non direttamente, ma indirettamente mediante le causae secundae.1)

Dalla enumerazione invero di questi cosiddetti esseri eternamente esistiti e creati risulta perö che devesi ammettere una certa successivita di tempo nella loro creazione. Giacchè, secondo quei dotti, Dio creó innanzi ogni cosa la materia prima, dopo i cieü, gü angeli e piü tardi 1'anima umana. Questa e t e rnitè non devesi quindi mterpretare tanto restrittivamente, ein nessun caso gli esseri creati, neppur quelli della prima specie, possono considerarsi eterni, come è eterno Dio, il creatore. Ammesso un tale concetto potremo accettare la medesima suddivisione di esseri e parlare di cose create direttamente da Dio e di cose create con 1'intervento delle causae secundae. Dante, quindi, con le parole:

') Cfr. Summa Theologia. San Tommaso d'Aqulno. I parte, q.46-a.l, ove è detto: „Non est necessarium mundum semper esse. linde nee demonstratlveprobari po test. Nee rationes quas ad hoe Aristoteles inducit (lib. 8 Phys.), sunt demonstrativae simpliciter, sed secundum quid, scilicet adcontradicendum rationibus antiquorum ponentium mundum incipere secundum quosdam modos in veritate impossibiles". E piü oltre ad tertium.